Io d’estate faccio il lavoro più bello del mondo: accompagno bambini e ragazzi ai summer camp
Lo dico sempre ai genitori:
“voi li mandate via una settimana… io torno a casa con un carico di pensieri, domande e teorie sulla vita che nemmeno un filosofo greco…”
Perché stare con loro è questo: ascoltare il mondo visto da un’altezza di 120 cm (o 150!), dove tutto è più semplice, più diretto e a volte incredibilmente più lucido.
Il bello di stare con loro
Mi piace stare con i bambini e i ragazzi perché non hanno ancora il filtro dell’ “è meglio non dirlo”. Ti chiedono perché due persone litigano, perché esistono i soldi, perché alcune cose fanno paura, perché gli adulti fanno finta di niente. E tu, educatore/accompagnatore, ti ritrovi a dare spiegazioni… ma anche a riceverne. Perché spesso la risposta più bella la danno loro, tipo:
paura del buio:
“non è il buio, è che non sai chi c’è. Se me lo dici, non ho paura.”
questioni di coppia:
“se litigano vuol dire che si vogliono bene ma oggi no.”
come reperire i soldi:
“si potrebbero stampare solo per i bambini.”
Il summer camp è anche accogliere “quello che esce” dalle ragazze e dai ragazzi
Noi adulti pensiamo al summer camp come ad una sequenza di attività: mare, montagna, giochi, sport, laboratori. Ed è vero.
Ma c’è tutta una parte invisibile fatta di chiacchiere dopo cena, di domande mentre ci si mette la crema solare, di confessioni in pullman, di risate in camerata.
È lì che il ruolo dell’accompagnatore diventa prezioso: non solo controllare, non solo “state in fila”, ma accogliere quello che esce.
Perché in un camp succede che:
- un bambino ti racconta che ha paura di dormire da solo;
- una ragazza ti chiede se i genitori si lasciano;
- uno ti domanda quanto costi “tutta questa roba” e come si fa ad avere i soldi se non lavori;
- un altro ti dice che non ha amici in classe e qui invece sì.
E tu ti rendi conto che quella settimana non è solo vacanza: è uno spazio dove possono fare domande che a casa non fanno, perché c’è tempo, perché c’è un adulto che li ascolta senza giudicarli, perché il gruppo li fa sentire normali.
Il mio ruolo
Io sono lì per la sicurezza, per seguire le attività, per contenere quando serve. Però sono lì soprattutto per ascoltare e dare forma alle loro domande. A volte rispondo da adulto, a volte rispondo alla loro maniera, entrando nel gioco: “e se davvero i soldi li facessimo solo per i bambini?”, “e se il buio lo accendessimo con i nomi di chi vogliamo vicino?”, “e se due che litigano si fermassero un attimo al mare a guardare le onde?”. Funziona, perché parlare così li fa sentire visti.
Perché lo faccio
Perché i summer camp sono uno dei pochissimi luoghi…
- dove i ragazzi possono sperimentare libertà e relazione insieme;
- dove possono essere seri e clown nello stesso giorno;
- dove possono raccontare cose importanti mentre mangiano la pasta;
- e perché ogni volta che torno a casa penso: “ok, il mondo degli adulti è complicato, però loro ce lo stanno spiegando meglio.”
Se ti stai chiedendo a cosa servono davvero i summer camp, la risposta per me è questa: servono a dare, ai bambini e ai ragazzi, adulti che li ascoltino, anche quando dicono cose pazze. Perché dentro quelle cose pazze c’è la loro versione della vita. E vale la pena sentirla. 💛
Un accompagnatore grato
